La disfatta azzurra in Sudafrica… tutta colpa degli stranieri?

di Mauro Valeri

Le paventate soluzioni indicate da tutti per dare una adeguata risposta alla meritata disfatta della Nazionale italiana ai Mondiali del Sudafrica rischia di avere una pericolosa ricaduta sui campi di calcio della penisola.

Infatti, sembrerebbe che la colpa di ogni male siano i troppi calciatori stranieri che giocano nel nostro campionato. Non è certo una novità: già in passato questa equazione era stata enunciata con una certa solennità: quando la Nazionale va male, la colpa è sempre dei troppi stranieri nel campionato (ovviamente non vale il contrario: se la Nazionale va bene non è mai merito degli stranieri!).  In realtà, non esiste alcuna reale connessione scientifica tra i due elementi. La controprova sta nelle statistiche sui tesserati stranieri presenti in 36 tornei d’Europa nella stagione 2009/2010, fornite dall’Osservatorio europeo sui calciatori professionisti. Il campionato con maggiori stranieri è la Premier League (58,6%); nonostante ciò e nonostante la non brillante esperienza ai Mondiali della Nazionale inglese, nessuno in Gran Bretagna ha pensato di dare la colpa agli stranieri (semmai alla qualità dei giocatori scesi in campo e all’allenatore). Al secondo posto c’è la Bundesliga (49,4%); anche in questo caso nessuno se l’è presa con i calciatori stranieri, anzi, in molti hanno visto nella multietnicità la forza della Nazionale tedesca.

Nella serie A italiana, invece, la percentuale di stranieri è del 42%, di poco superiore a quella registrata nel campionato spagnolo maggiore, la Liga, dove gli stranieri sono il 35,6%. Anche qui: la scarsa differenza percentuale tra Spagna ed Italia dimostra che la differente qualità espressa in Sudafrica dalle due Nazionali vada trovata altrove. Nella Ligue 1 francese la percentuale è piuttosto bassa, 32,9%, a ulteriore dimostrazione che non sempre un basso numero di stranieri possa tradursi in una Nazionale vittoriosa. D’altra parte, se è vero che Inter e Roma sono le squadre ad avere il maggior numero di stranieri e ad aver avuto i migliori piazzamenti nell’ultima stagione, è altrettanto vero che al terzo e quarto posto abbiamo Udinese e Lazio il cui campionato è stato assai meno brillante (al contrario, la squadra con meno stranieri è la Sampdoria, che pure ha chiuso al quarto posto).

Quindi, se la Nazionale va male è per molti motivi, il primo, quello più evidente, sta nella scelta sbagliata dei componenti della squadra (ma qui il principale colpevole, Lippi, aveva già finito il suo mandato; l’assunzione delle responsabilità non ha prodotto un fico secco; venendo a mancare il vero “colpevole” lo si è cercato altrove). Altro motivo è il mancato investimento sui giovani, che trovano la strada bloccata non tanto dagli stranieri quanto da una qualità calcistica talmente bassa che permette una longevità dei “vecchietti” italiani.

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E’ bene qui ricordare che nel mondo dello sport, quando si parla di “tutela dei vivai giovanili” non si parla di “giovani italiani”, ma anzi – come scritto nella “storica” delibera del CONI del 15 luglio 2004 – non solo “che lo sviluppo dei vivai costituisce fattore di educazione e integrazione sociale e interculturale tra i giovani di qualsiasi provenienza geografica”, ma che è bene prevedere “nelle squadre che partecipano ai campionati nazionali, una presenza minima di giocatori formati nei vivai giovanili, senza distinzione di cittadinanza”.

Proprio questo meticciato è la garanzia per “salvaguardare il patrimonio sportivo e culturale nazionale e garantire l’equilibrio e la competitività delle squadre”. Quindi, “vivai giovanili” vuol dire “giovani formati nelle squadre”. Concetti con divisibilissimi, che però si perdono nei meandri della burocrazia sportiva. Infatti, addossare la colpa sui giocatori stranieri e chiedere la chiusura delle “frontiere calcistiche” finisce per compromettere la possibilità di giocare a quei calciatori stranieri “extracomunitari” che sono in Italia perché migranti o figli di migranti. Questi ultimi vengono colpiti doppiamente: sia perché stranieri, sia perché giovani.

In piena contraddizione con la delibera del CONI! Neanche Prandelli, che continua a parlare di voler aprire agli “oriundi”, non sembra ancora aver compreso che siamo un paese d’immigrazione con una legge sulla cittadinanza che rende centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze d’origine straniera talmente stranieri da non poter essere considerati neanche oriundi! O si apre anche a loro, oppure nel calcio permane una componente discriminatoria che grida vendetta (sportiva). Da mesi andiamo scrivendo che il calcio italiano può ripartire soltanto se avrà il coraggio di aprirsi realmente alla “nuova Italia”. Ma non a parole, bensì andando a rivedere con intelligenza le norme sul tesseramento, dei giovani e dei grandi.

E’ una scommessa per il futuro, ma è anche un modo per ribadire che il calcio è e deve essere un potentissimo strumento di integrazione.

L’impressione è invece che ormai anche nel calcio in troppi condividano con i politici un modello di integrazione basato sul “lavoratore ospite” (declinato nel “calciatore ospite”), sul quale è molto più facile scaricare colpe che non hanno. Sui campi di calcio come nella società. Se quindi non si può che condividere la scelta di Balotelli e di altri calciatori a rinunciare a iscriversi all’Associazione italiana calciatori, è bene che anche altri si facciano sentire.

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