Appello di Jawo, richiedente asilo

La storia di Jawo è comune a quella di molti altri giovani che come lui hanno vissuto buona parte della loro vita in uno stato di perenne fuga. Jawo però appartiene a quella percentuale di persone che è riuscita ad approdare in Italia, scappando da una guerra, correndo giorni e giorni lungo i confini che l’avrebbero fatto giungere in Libia, attraversando da ricercato un deserto senza acqua né cibo, lavorando duro in Libia per permettersi di scommettere sull’unica possibilità che gli avrebbe dato la svolta, ovvero quella d’imbarcarsi per Lampedusa. 

Se dovessimo astrarre il tema del viaggio ci renderemmo conto che in esso è l’intera vita umana nella sua complessità che viene descritta, come “cammino” e “trasformazione”, cioè un “movimento intenzionale” verso una meta solo ipoteticamente pre-definita. Il viaggio perciò appare connesso alla dimensione del rischio, del dubbio, della scelta, della prova del conflitto e della lotta, generalmente della solitudine. La sua connotazione è quella del cammino tortuoso, in cui è possibile continuamente smarrirsi, in cui l’esito del viaggio non è mai garantito. Ciò che uno può sperare è unicamente un aiuto provvidenziale, perché il giungere alla meta è in questo caso solo una questione legata alla fortuna; alla fortuna di essere riuscito ad attraversare un mare ostile, alla fortuna di aver superato l’arbitrarietà dell’esame osseologico del polso che lo ha dichiarato minorenne e perciò non respingibile.

Attraverso una serie di combinazioni fortuite Jawo è potuto arrivare in Ancona e abbiamo potuto conoscerlo grazie all’iniziativa che organizziamo ogni anno, il Mondialito Antirazzista, che attraversa la competizione calcistica per valorizzare queste esperienze e soprattutto per denunciare i mandanti delle stragi umane ed esistenziali che presuntuosamente pensano di poter contrastare i flussi migratori che sempre più, al contrario, tenderanno ad aumentare. Probabilmente la prossima generazione di migranti saremo noi, nella ricerca forsennata di un lavoro per garantirci una base di stabilità economica che nel nostro paese diventerà un lusso permettersi. Quindi le istituzioni europee e quelle nazionali dovrebbero ogni giorno sentire il peso, sulle loro coscienze, delle decisioni che prendono sulle vite di altri, per tutelare i propri scambi e interessi economici, per non affrontare un problema globale rinviandolo ad altri, e fondamentalmente perché, ad oggi, viviamo in un sistema fortemente discriminatorio ed etnocentrico.

Comunque abbiamo ancora la possibilità di opporci a questo, continuando a disvelare la negazione dei diritti, disobbedendo alle normative vigenti per imporre un sistema basato sull’accoglienza senza se e senza ma, nel rispetto delle libertà individuali. Jawo, per esempio, possiede un permesso per motivi umanitari che fino a quest’anno non gli permetteva neanche di tesserarsi a un campionato di terza categoria. Per due anni di seguito si è allenato con la Castelferretese senza poter mai scendere in campo nelle partite ufficiali. Quest’anno, dopo esserci conosciuti, gli abbiamo proposto di venire a giocare nella nostra squadra promettendogli che avremmo fatto di tutto pur di tesserarlo. Su questo ci siamo mobilitati e abbiamo prodotto la documentazione minima indispensabile per la commissione che a Roma, nella sede principale della FIGC, avrebbe dovuto prendere una decisione in merito al suo tesseramento. Alla fine l’abbiamo vinta noi! Nonostante la mancanza del certificato di residenza, di cui non è ammesso neanche quello sostitutivo, siamo riusciti a far valere la sua storia e la legittimazione a tesserarlo nonostante il regolamento non lo ammettesse. Ci rendiamo conto che questo passaggio rappresenta forse una piccola cosa, ma a noi ha restituito due immagini fondamentali: la prima è quella della dignità, perché per Jawo ottenere il tesseramento è stata una rivincita e un’opportunità per crearsi relazioni e per giocare lo sport da lui più amato. La seconda riguarda il precedente che abbiamo immesso nel quadro normativo e soprattutto l’aver generato una zona franca nel regolamento della FIGC che ci ha permesso di spostare l’accento dalla regola al dato reale, che la supera di gran lunga! Perciò ci auspichiamo che molti altri possano seguire il nostro esempio e non arrendersi al primo diniego, perché, al contrario, la convinzione e a volte anche la “creatività” possono essere le due chiavi vincenti per inventare nuove soluzioni.

Forza Jawo noi tutti siamo insieme a te!

In occasione della partita di campionato del 5 ottobre, giornata di lutto nazionale per la tragedia di Lampedusa, è stato osservato un minuto di silenzio prima di iniziare a giocare per ricordare le vittime e il pubblico della Konlassata, la squadra di calcio della polisportiva antirazzista Assata Shakur, ha esposto lo striscione:

BASTA MORTI
ACCOGLIENZA SENZA SE E SENZA MA

Polisportiva Antirazzista Assata Shakur

Associazione Shimabara

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