Sul tesseramento di Jawo, richiedente asilo senza residenza

Da L’Indiscreto del 9/10/2013

Da Lampedusa ai campi di terza categoria, l’Assata dà un colpo alla storia

E’ strano come il destino, a volte, sappia combinare eventi e legarli in maniera indissolubile alla memoria storica di ognuno di noi. Jawo Souleymane, guineo di vent’anni, ha lasciato un segno indelebile nel calcio italiano: è il primo calciatore dilettante ad essere stato tesserato dalla federazione italiana nonostante non abbia ancora la residenza, ma vive in Italia con lo status di “Richiedente Asilo Politico per scopi umanitari”. 

Sabato scorso, giorno del lutto nazionale in memoria delle vittime di Lampedusa, Jawo ha fatto il suo esordio nel campionato di terza categoria contro l’Atletico Numana, gara per altro vinta dalla sua Assata Shakur per quattro a uno. Chissà quanta commozione e quanto dolore per Jawo durante il minuto di silenzio che ha accompagnato l’inizio del match e che ha visto esporre, da parte dei tifosi dell’Assata, lo striscione “Basta morti, accoglienza senza se e senza ma”.

Il giovane ventenne, infatti, così come gli sfortunati migranti che hanno perso la vita nella costa siciliana, è giunto in Italia percorrendo lo stesso tragitto dalla Guinea al Senegal, quindi alla Libia, prima di sbarcare a Lampedusa. L’Assata Shakur del presidente Alessio Abram ha avuto modo di conoscere Jawo nell’ormai tradizionale Mundialito Antirazzista che si svolge in Ancona ogni mese di luglio e ha iniziato la sua battaglia per il tesseramento. Oggi, il giovane calciatore, vive a Falconara nel centro di prima accoglienza Tenda D’Abramo.

La storia di Jawo è comune a quella di molti altri giovani che, come lui, hanno vissuto buona parte della loro vita in uno stato di perenne fuga. Jawo, però, appartiene a quella percentuale di persone che è riuscita ad approdare in Italia, scappando da una guerra, correndo giorni e giorni lungo i confini che l’avrebbero fatto giungere in Libia, attraversando da ricercato un deserto senza acqua né cibo, lavorando duro in Libia per permettersi di scommettere sull’unica possibilità che gli avrebbe dato la svolta, ovvero quella d’imbarcarsi per Lampedusa.

Attraverso una serie di combinazioni fortuite Jawo è potuto arrivare in Ancona e al momento possiede un permesso per motivi umanitari che, fino a quest’anno, non gli permetteva neanche di tesserarsi a un campionato di terza categoria. Per due anni di seguito si è allenato con la Castelfrettese senza poter mai scendere in campo nelle partite ufficiali. La società, dopo averlo conosciuto, gli ha proposto di entrare a far parte del gruppo, con la promessa che sarebbe stata tentata ogni strada pur di ottenere il tesseramento. E alla fine, nonostante la mancanza del certificato di residenza, i dirigenti dorici sono riusciti a far valere le loro ragioni e la legittimazione a tesserarlo nonostante il regolamento non lo consentisse.

“Ci rendiamo conto che questo passaggio rappresenta forse una piccola cosa, ma a noi ha restituito due immagini fondamentali – dice il presidente Abram – La prima è quella della dignità, perché per Jawo ottenere il tesseramento è stata una rivincita e un’opportunità per crearsi relazioni e per giocare lo sport da lui più amato. La seconda è relativa al precedente che abbiamo immesso nel quadro normativo e soprattutto l’aver generato una zona franca nel regolamento della FIGC che ci ha permesso di spostare l’accento dalla regola al dato reale. Perciò auspichiamo che molti altri possano seguire il nostro esempio e non si arrendano al primo diniego perché, al contrario, la convinzione e a volte anche la “creatività” possono essere le due chiavi vincenti per ricercare nuove soluzioni”.

Dal Corriere Adriatico del 12/10/2013

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